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Valutare l'innovazione: dall'idea al profitto, la parabola del capitale economico dei brevetti

Riuscire a quantificare e a monitorare nel tempo il valore dei brevetti e degli altri beni intangibili aziendali è esigenza sempre più sentita dai ricercatori, dagli imprenditori e dagli altri soggetti, investitori o finanziatori, coinvolti nei processi di creazione, trasferimento e sfruttamento economico dell’innovazione.

Tale necessità si impone ancor di più nell’attuale situazione di crisi economica, constatando che le aziende che nel tempo hanno investito in ricerca ed innovazione sono quelle che meglio hanno resistito e fronteggiato le difficoltà contingenti; mentre le imprese che non hanno voluto o saputo investire in tale direzione hanno visto crollare le fondamenta della loro continuità aziendale, sono quasi scomparse dal mercato o, quantomeno, non presentano concrete prospettive di sviluppo nel medio-lungo periodo.

Ogni impresa, infatti, segue un proprio ciclo di vita che è influenzato da fattori esogeni ed endogeni di varia natura: ciclo di vita la cui ampiezza ed il cui trend dipendono in gran parte anche dalla capacità di innovazione dell’impresa, cioè dalla capacità di ripensare periodicamente se stessa, di re-inventare il proprio prodotto o il proprio servizio, di riorganizzare i processi produttivi ed i canali di vendita, di re-immaginare il design e la campagna di marketing, eventualmente riposizionandosi sul mercato.

Questa capacità di innovazione si esprime essenzialmente tramite investimenti in beni immateriali, quali brevetti, marchi, know-how, disegni, progetti innovativi vale a dire in tutti quei beni che, malgrado la loro natura intangibile, sono idonei, ricorrendo specifiche condizioni, a generare benefici economici futuri.

Pur essendo privi di materialità fisica e pur non esistendo mercati attivi che li trattino correntemente, questi beni assumono un valore, talvolta anche molto rilevante, e possono essere scambiati o separatamente o insieme ad altri asset nell’ambito dell’azienda o del ramo d’azienda cui appartengono.

La determinazione del loro valore ed ancor più del loro probabile prezzo di negoziazione non è tuttavia cosa agevole per svariati ordini di motivi fra cui l’elevato grado di incertezza in ordine ai benefici economici e finanziari attesi dal loro sfruttamento ed alla loro durata nel tempo e, data la loro tipicità intrinseca, la pressoché totale assenza di informazioni e dati qualitativi e quantitativi utili per il confronto con oggetti o situazioni similari sia sotto il profilo tecnologico che sotto quello economico-finanziario e di mercato.

Nel valutare un brevetto, che non sia ancora oggetto di sfruttamento economico, o un progetto d’innovazione in corso, non si possono quindi utilizzare quelle tecniche valutative tipiche dell’azienda e si dovrà ricorrere a metodologie specifiche che, spesso, producono risultati soggettivi, aleatori e variabili nel tempo; metodologie che inevitabilmente presuppongono l’esistenza di un piano del progetto di innovazione o di un piano di sfruttamento del brevetto eventualmente già esistente.

Prima di indagare i limiti applicativi di queste peculiari metodologie di valutazione è tuttavia opportuno soffermarsi sulla corretta definizione del termine “valore”, dal momento che questo viene correntemente utilizzato, talvolta in modo errato, secondo diverse accezioni che possono trarre in inganno i “non addetti ai lavori” e, in secondo luogo, chiarire che, quantomeno in linea di principio, il valore generato all’interno di un processo di innovazione, qualunque esso sia, dovrebbe essere suddiviso in relazione ai rischi che i diversi attori si assumono nel tempo durante le diverse fasi del progetto.

In merito al primo punto, è utile sottolineare come nel linguaggio comune il termine “valore” possa rappresentare grandezze diverse. Si pensi, ad esempio, al caso di un brevetto posseduto da una start-up: ci si può trovare di fronte ad un valore contabile, cioè quello determinato sulla base dell’applicazione dei principi e dei criteri di valutazione previsti dal codice civile e dai principi contabili nazionali ed internazionali; ad un valore fiscalmente riconosciuto, cioè quello derivante dall’applicazione della normativa fiscale; ad un valore economico, che rappresenta il teorico valore corrente al quale potrebbe essere scambiato un asset immateriale in un mercato efficiente fra parti sufficientemente informate, utilizzando specifiche metodologie analitiche riconosciute valide dalla prassi aziendalistica; ed infine ad un vero e proprio prezzo, che rappresenta il valore di effettivo scambio di un determinato asset immateriale, la cui determinazione è influenzata da una serie di variabili che non vengono considerate nelle stime analitiche e che dipendono da molteplici fattori, spesso soggettivi e di origine esterna, quali la posizione negoziale delle parti, le modalità di pagamento e le garanzie ad esso associate, le eventuali sinergie da aggregazione realizzabili, i rischi percepiti ed i rendimenti attesi da parte del compratore solo per citarne alcuni. Nelle attività valutative risulta quindi fondamentale comprendere preliminarmente quale configurazione del valore si stia indagando.

In relazione al secondo punto è importante evidenziare come un progetto di innovazione sia caratterizzato, oltre che dall’iniziale attività di ricerca applicata, dalle ulteriori fasi della prototipazione e della brevettazione, della pre-industrializzazione, della formazione del personale tecnico e dell’industrializzazione, per finire quindi con il lancio commerciale del nuovo prodotto o servizio.

Fasi, tutte queste, che presentano rischi sensibilmente diversi.

E’ evidente infatti che un progetto di innovazione tecnologica, di innovazione di design o di marketing, presenta maggiori rischi nelle fasi iniziali rispetto alle fasi finali, allorquando si è temporalmente prossimi all’avvio dello sfruttamento economico dell’innovazione; conseguentemente, nelle prime fasi sarà grande l’incertezza in merito all’esito delle attività successive e quindi cospicuo dovrà essere il premio per il rischio riconosciuto all’investitore che, dal canto suo, è sicuramente animato da ambiziose aspettative di rendimento dell’investimento, sia sotto il profilo della loro ampiezza che della loro durata nel tempo.

Nei momenti successivi, via via che si verificheranno le ipotesi alla base del piano del progetto di innovazione, quali ad esempio, l’intervenuto collaudo del prototipo, l’ottenimento del brevetto o della tutela legale della proprietà intellettuale, la realizzazione dei lay out produttivi e, per ultimo, l’effettivo avvio della fase di commercializzazione, il premio per il rischio del progetto, che nel frattempo si sarà concretizzato all’interno di un’impresa ed avrà attratto capitali, a parità di risultati attesi, tenderà a ridursi e quindi il teorico valore corrente del bene intangibile tenderà a crescere.

E, via via che si realizzeranno le ipotesi e ci si avvicinerà ad una situazione di stabilità e continuità di positivi e crescenti risultati, esso continuerà ad incrementarsi fino a raggiungere un valore compreso all’interno di un range di variabilità, in linea con quello che potrebbe essere mediamente espresso dal settore di riferimento per analoghe iniziative d’impresa a parità di rischio, e quindi a parità di aspettative di futuro rendimento.

Nelle successive fasi di sfruttamento, tuttavia, pur in presenza di risultati positivi e costanti e di premi per il rischio stabili, il valore economico tende a ridursi, talvolta anche sensibilmente. Si deve infatti tenere presente che, alcuni beni intangibili, fra cui i brevetti, presentano diritti di utilizzazione in esclusiva limitati nel tempo e conseguentemente, in sede valutativa, si dovranno considerare delle riduzioni del valore conseguenti alla circostanza che il bene in questione, avendo una vita utile residua legalmente limitata, potrà essere sfruttato per un periodo dato. I brevetti, inoltre, oltre a limitazioni della loro vita utile residua dipendenti da previsioni regolamentari scontano anche possibili limitazioni di natura tecnica ed economica: quanto alle prime, si pensi, ad esempio, all’ipotesi di sostanziali cambiamenti che potrebbero intervenire negli “standard” tecnico-operativi di riferimento, anche a livello internazionale, in determinati settori ad alta intensità tecnologica, per effetto del normale progresso della scienza e della tecnica, cambiamenti tali da comportare l’entrata sul mercato di prodotti alternativi o sostitutivi per la medesima funzione d’uso; in relazione alle seconde, si consideri invece il caso di variazioni del costo dei fattori produttivi ovvero dei prezzi di vendita del prodotto o servizio coperto dal brevetto che, dipendenti dal mercato o conseguenti ad azioni dei competitor, potrebbero generare fenomeni di obsolescenza economica ed inefficienze nell’allocazione e nell’utilizzo del capitale investito.

Il valore economico di un progetto di innovazione in corso o di un brevetto e, di riflesso, il valore economico di una start up innovativa che li sviluppi, è dunque assolutamente variabile nel tempo e non è semplice da determinare tramite argomentazioni che presentino un adeguato grado di certezza sia sotto il profilo economico-finanziario, sia sotto il profilo tecnico-produttivo, come infine sotto il profilo della sua comparabilità con quello di beni intangibili similari.

In via esemplificativa, si ricordi, infatti, che, dal punto di vista economico-finanziario, il ricorso in sede valutativa al “metodo dei tassi di royalties” ― che consiste nella determinazione del valore attuale, ad un determinato tasso di attualizzazione, delle royalties ritraibili dalla cessione in uso a terzi di un brevetto al netto dei futuri costi per il suo mantenimento ― presuppone, oltre alla corretta individuazione dei suddetti tassi di royalties e di attualizzazione, la stima delle quantità che saranno collocate sul mercato, in un arco temporale più o meno ampio, e dei relativi prezzi unitari di vendita cioè di grandezze che sono, per loro natura, incerte.

Sotto il profilo tecnico-produttivo si deve, invece, considerare il limite derivante dall’utilizzazione ai fini valutativi del metodo dei costi di ricostruzione, metodo che non tiene conto di aspettative di risultati futuri e che consiste nella stima di quanto costerebbe oggi riprodurre il brevetto, nello stato di fatto e di diritto in cui esso si trova, riducendo poi il valore così ottenuto per tener conto della vita utile residua del bene intangibile. Per effetto del progresso tecnologico, potrebbe infatti, come spesso accade, verificarsi il caso che determinate attività, che in passato si sono rese necessarie per realizzare il brevetto in questione, oggi risultino non più necessarie o lo siano in misura minore o costino anche sensibilmente meno.

In merito, infine, ai metodi di valutazione fondati sulla comparazione fra determinate grandezze tecniche o economiche, riferibili al brevetto oggetto di stima, e le medesime grandezze riscontrate in compravendite di innovazioni o brevetti  similari o riscontrabili in assenza della disponibilità del brevetto medesimo, quali ad esempio il “metodo dei risultati differenziali” - che consiste nella determinazione del valore attuale, ad un determinato tasso di attualizzazione, della differenza fra i risultati economici e finanziari che effettivamente si ottengono rispetto a quelli che si otterrebbero, in assenza della titolarità dei diritti di sfruttamento in esclusiva del brevetto - o i metodi comparativi c.d. “del pollice”, s’impone di evidenziare come queste metodologie, pur condivisibili a livello teorico, risultino di difficile applicazione, quantomeno nella realtà italiana nella quale si soffre dell’assenza di fonti informative esterne sufficientemente attendibili dalle quali dedurre i cosiddetti “comparables”, dati indispensabili per la loro adozione.

Diversa è, invece, la valutazione da compiersi in presenza di processi di innovazione in corso o nuovi brevetti che si trovino già nella disponibilità di imprese presenti ed operative sul mercato, magari anche di dimensioni considerevoli e con una buona storicità di risultati: nel qual caso sarà opportuno comprendere preliminarmente se detti beni intangibili siano o meno separabili dall’azienda o dal ramo aziendale cui appartengono, siano autonomamente valutabili e siano sotto il controllo dell’impresa, perché qualora ciò non fosse, si renderebbe necessario ricorrere a tecniche valutative diverse da quelle sopra citate, e cioè a metodologie di valutazione adatte a rappresentare non tanto il valore economico del singolo progetto di innovazione o del singolo brevetto quanto piuttosto il valore economico dell’intera azienda o del ramo d’azienda cui il bene intangibile appartiene o cui il progetto di innovazione è intimamente connesso. In queste situazioni, si dovrà comprendere se effettivamente esista un’utilità economica futura derivante dallo sfruttamento del bene intangibile nell’ambito dell’azienda o del ramo d’azienda e quanto ampio sia il periodo di durata di detta vita utile, applicando poi i consueti metodi valutativi – di natura patrimoniale, reddituale o finanziaria – usualmente utilizzati nella prassi aziendalistica.

Alla luce di quanto sopra è dunque spontaneo chiedersi quale sia la strada, quale sia il migliore percorso che permetta, soprattutto ai ricercatori ed alle imprese meno strutturate, di comprendere al meglio il valore economico dell’innovazione “autoprodotta” o in fase di sviluppo, affinché eventuali superficiali o errate valutazioni non compromettano, in partenza, la possibilità di attrarre partner finanziari e quindi, in ultima istanza, non inficino la possibile trasformazione dell’invenzione in bene intangibile idoneo a produrre benefici economici futuri e, quindi, in profittevole attività d’impresa.

a cura di: 

dott. Salvatore Basile

pubblicato su:

C&S Informa, volume 15, numero 2 anno 2014  

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